Racconto. IL CHIOSCO DEL SORRISO

IMG-20161202-WA0007Il chiosco del sorriso

«Mamma guarda là! Mamma cos’è quel coso?», il bambino dal cappellino color seppia le tira la gonna, e quella gli afferra la manica e lo strattona: «Cammina è tardi, il master ti aspetta.»
Li vede passare davanti al suo chiosco: un fungo colorato, unico spico che allegro brilla tra le consuete tonalità del grigio. Futurnia vende un bene dimenticato, seppellito con le ceneri del passato: vende il sorriso e nessuno si ferma eppure costa poco, solo una breve carezza data con la punta delle dita. I capelli dietro le orecchie, gli occhi al libro vecchio dalle pagine stropicciate, Futurnia aspetta, e ogni volta si illude che sarà la volta giusta.
Ma cosa puoi aspettarti in un giorno d’autunno del 2097?
Ecco un’altra coppia che passa dritta con gli occhi incollati a terra. Futurnia sa che il troppo colore del suo chiosco li abbaglia: il giallo e l’arancio parlano di sogni felici, il viola e il verde parlano di speranze liete, il fucsia e l’azzurro parlano di fantasie liberate. Ma è il nero l’unico colore che la gente vuole avvistare, quello che rende la vita piatta, ingloba la mestizia, chiude gli animi alla scoperta. Il gene della felicità non abita più nel DNA della gente, la spirale perfetta si è inclinata, l’arco di tristezza è impresso sulla bocca di adulti e bambini; tutti, sui visi pesti, hanno occhi scesi da scale felici.
Pioggia scende sul chiosco al far del pomeriggio autunnale. È ora di tornare a casa e Futurnia lascia la sua allegra postazione. Lascia la porta spalancata, nessun lucchetto, né serratura caso mai qualcuno volesse entrare e servirsi da sé, potrebbe appropriarsi di un po’ di colore, di un sorriso anche stiracchiato. Volge le spalle al chiosco, sale sulla sua mini-auto-a-un-solo-posto, avvia l’auto e comincia a guidare. È contenta perché la pioggia per oggi provvederà a farle il pieno di carburante. Domani comprerà l’acqua a caro prezzo ma per oggi, per fortuna, provvede il cielo ad alimentare il suo mini-abitacolo. Domani sarà un altro giorno d’autunno ché tra poco arriverà l’inverno. Deve escogitare qualcosa, qualunque cosa, per accendere i visi dei passanti.

La mattina dopo il cielo è cupo ma Futurnia illumina il chiosco di sole artificiale.
«Papà dai, fermati un momento», la bambina dai capelli cenere tira la giacca nero fumo del padre che, di rimando, strattona la figlioletta per il colletto: «Spicciati è tardi, il master ti aspetta.»
La ragazza osserva gli occhi tristi della bimba che, volto girato, la guarda. È un attimo: Futurnia le sorride e una ‘o’ di stupore prende forma nella bocca della piccola. Devo agire presto, decide Futurnia mentre la piccina, a spalle curve, si allontana. Ripensa alle parole di sua nonna passata da pochi giorni a miglior vita. E’ morta col sorriso e una raccomandazione per lei: «Non lasciare che il chiosco ingrigisca Futurnia, cedo a te il mio bene più prezioso. Ti affido i miei colorati sorrisi. Mi raccomando, diffondili a denti scoperti.»
Arduo incarico le ha lasciato la nonna: tranne che per ringhiare, nessuno scopre i denti ormai!
Anche oggi i passanti curvi su se stessi hanno ammirato i loro piedi.
Finalmente è ora di pranzo e tra non molto andrà a casa. Ma guarda un po’! Ecco di nuovo la bimba dai capelli cenere che torna dalla parte opposta:
«Papà papà, aspetta, ho un sassolino nella scarpa.»
«Spicciati che è tardi, il pranzo ci aspetta.»
La piccola si ferma davanti al chiosco e, ginocchio destro a terra, mentre si allaccia la scarpa sinistra, di soppiatto sbircia all’interno del chiosco: un attimo prima di sollevarsi, la ‘o’ di stupore della mattina si trasforma e Futurnia, sorpresa, sorride al mezzo sorriso che spunta sulla bocca della piccina. È un segno, pensa Futurnia. Non vede l’ora che sia domani. Ha un piano e semmai dovesse fallire chiuderà per sempre il chiosco della nonna.

Un’altra tetra mattina di novembre saluta Futurnia che, i colori del suo chiosco addosso, si piazza davanti la Master-scuola per portare scompiglio: ella accoglie gli alunni con i denti scoperti da un sorriso, e ‘o’ di sorpresa si dipingono sui piccoli visi dagli occhi scesi.
Le madri e i padri corrono a reclamare e, poco dopo, un seguito di figure monocolore arriva di lena al seguito della master-preside che, con passo deciso e il borsellino color pece in mano, strilla:
«Quanto le devo dare perché se ne torni da dove è venuta?».
Nera in viso la preside deposita dentro la tasca del giacchino arcobaleno di Futurnia una manciata di banconote grigio spento. Ma Futurnia per niente scomposta al viso buio della master-preside rimanda una risata: è la prima volta che ride dalla morte della nonna! Gli alunni chiusi dentro le classi sbirciano dai vetri sporchi e vedono i grandi scostarsi di un passo al suono della risata che invade lo spazio. Futurnia, gli occhi alle finestre chiuse, scambia un cenno d’intesa con i bambini, poi approfitta del silenzio degli adulti e, il viso in festa, esclama: «Signora master-preside, se mi darete una carezza, se mi omaggerete di un sorriso io andrò via subito: ve lo prometto su ciò che ho di più caro.»
La master-preside, secca più di un chiodo arrugginito e arida più che un filo di spago spelacchiato, fa dietrofront e impettita si ritira come un soldatino di piombo con, al seguito, la scia di padri e di madri che in coda urlano, e a raffica rimbrottano all’indirizzo di Futurnia:
«Si vergogni!»
«Chiameremo le guardie!»
«La faremo arrestare!»
«Che oscenità!»
«Chiuda quella bocca!»
«Che sono quei denti scoperti!»
«Tolga tutto quel colore!»
Ma Futurnia continua a ridere di cuore: non c’è ancora una legge che vieti di vestirsi a colori, né di sedersi su una sedia al centro della strada; né esiste legge, per fortuna, che vieti di alleggerire la vita. Resta lì seduta, Chiosco del Sorriso ambulante, decisa più che mai a trasmettere ai bambini colorati sogni felici; vivaci speranze liete; inedite fantasie liberate.

Suona il gong, i piccoli escono dalla Master-scuola e avanzano ordinati verso i genitori. Niente baci su quei visi tristi. Solo strattoni e: «Andiamo a casa che è tardi!».
Futurnia, forte dei colori che indossa, sorride ai bimbi che, attratti dal Chiosco del Sorriso ambulante, dapprima timorosi poi via via sempre più decisi, sgusciano dalle mani degli adulti e si avvicinano curiosi. Nonna ce la farò, pensa Futurnia, e dal cielo grigio un raggio giallo-arancio la saluta.
I genitori, i piedi nervosi che battono il suolo, si guardano intorno smarriti: nei loro occhi pesti sembra che passi un guizzo di gioia. È solo un guizzo, d’accordo, eppure… Sì, Futurnia è certa che da oggi in poi ci sarà qualcuno che acquisterà sorrisi: in fondo costano poco solo una breve carezza data con la punta delle dita.

 

Giovanna Fileccia
1 aprile 2017

 

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