“Oggetti in terapia” recensione della Prof.ssa Maria Elena Mignosi Picone

Il 22 novembre 2019, nell’ambito della VII Edizione di Illustramente, presso la Biblioteca Comunale in CASA PROFESSA Palermo, è stato presentato in assoluta anteprima il mio quarto libro. Questa volta è un romanzo adatto a tutte le età che ho intitolato OGGETTI IN TERAPIA edito dalla Casa Editrice Scatole Parlanti-Alter Ego del gruppo Utterson di Viterbo. Trascrivo di seguito le impressioni della Prof.ssa Maria Elena Mignosi Picone che ho avuto l’onore di avere accanto a me in qualità di relatrice e critico letterario. Colgo l’occasione per rinnovarle la mia stima e ringraziarla pubblicamente. Giovanna Fileccia.

Il romanzo potete prenotarlo in ogni libreria d’Italia. LINK per l’acquisto del libro: http://www.scatoleparlanti.it/prodotto/oggetti-in-terapia/

VIDEO DELLA PRESENTAZIONE: https://www.youtube.com/watch?v=_-vZvu2pOGo&list=PL82d-5DB1yJieLcUlsDXI33_RJOpYYbrJ&index=1

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OGGETTI IN TERAPIA

Giovanna Fileccia

Scatole Parlanti – Alter Ego, 2019-

Presentazione di Maria Elena Mignosi Picone

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Giovanna Fileccia, che conoscevamo già come poetessa (il suo primo libro “Sillabe nel Vento” seguito da “La Giostra dorata del Ragno che tesse” e “Marhanima” tutti pubblicati da Ed. Simposum dal 2012 al 2017) ci offre ora un’opera in prosa, un romanzo pubblicato dalla Casa Editrice Scatole Parlanti -Alter Ego, dal titolo “Oggetti in terapia”. Un romanzo che ha tutto il sapore della favola; infatti è da recente che ella sta riscoprendo una sua nuova vena, quella di favolista. E i personaggi principali sono (ed è una novità questa perché in genere sono persone o anche animali) qui delle cose; non esseri inanimati però tant’è vero che, essendo in terapia, parlano con il medico, conversano tra di loro, hanno ciascuno un proprio compito nella vita. Gli oggetti sono i più svariati, come i più svariati sono i pazienti nella sala d’attesa di un medico: dalla preziosa poltrona stile Luigi XVI all’umile cerchietto per i capelli, all’utile frigorifero, alla sensibile automobile.  E tutti sono affetti da disagi di carattere psicologico tanto da dover ricorrere ad uno psicoterapeuta. Questi è un pregevole orologio a pendolo e la sua segretaria è una penna a sfera. I disturbi dei pazienti non sono congeniti o ereditari, non sono intrinseci alla loro natura, ma, essendo essi perfettamente normali, però si sono ammalati a causa del comportamento degli altri. E di chi? Degli uomini. “E’ colpa degli umani se noi oggetti stiamo seguendo una psicoterapia”; “Gli umani sono la fonte dei nostri problemi e dei nostri disagi”. E si chiedono: “Noi oggetti siamo rispettati dagli uomini?” Ecco, è il rispetto quel che essi reclamano, e di cui hanno bisogno, mentre invece sono continuamente vittime di freddezza, indifferenza, noncuranza, e vilipendio. Sono trattati male e disprezzati.

L’ambito nel quale Giovanna Fileccia spazia è quello della famiglia e della casa; della scuola, del lavoro. E’ la vita ordinaria, quotidiana, che attira la sua attenzione. Una vita che potrebbe essere sicuramente più serena se ognuno si impegnasse un po’ di più a rendere il clima attorno a sé maggiormente consono all’esigenza della persona, che ha bisogno soprattutto di affettuosità e benevolenza.

L’educazione ricevuta in famiglia è basilare perché fiorisca il rispetto. Infatti, osservano gli oggetti: “…se i ragazzini imparassero a rispettare i loro simili, poi, verrebbe loro naturale, crescendo, rispettare noi oggetti.”

Scaturisce da qui pure il rispetto per la natura, per l’ambiente. Ecco perché, ad un certo punto, essi hanno un moto di ribellione verso gli uomini: “Gli umani – dicono – sono una razza troppo complessa”, “…sono costruttori di parole. Però le usano per demolirsi a vicenda”. E vivamente protestano: “Noi oggetti chiediamo che ci venga riconosciuto il nostro valore”.

Dalla dedica che troviamo all’inizio del libro, deduciamo che Giovanna è stata nella propria famiglia una mamma che si è preoccupata di inculcare il rispetto nei figli; infatti rivolge loro queste parole “che il rispetto sia sempre alla base di ogni vostra azione”; e all’amato marito Alessandro, recentemente scomparso, si rivolge: “con te ho condiviso il valore di ogni cosa”.

Il rispetto verso la cosa viene più a fondo sentito se ci si lascia condurre da riflessioni come questa: “Il legno con cui è stata costruita la sedia, rappresenta la nostalgia affettiva. Il legno trae vita dalla terra, vive, respira, invecchia. Al tatto ha un suo calore come la nostra pelle. E come la nostra pelle, brucia e si ferisce. Le fibre del legno racchiudono il tempo. Il legno è un essere: ha un suo odore, un suo sapore, ha perfino parassiti e si ammala come l’uomo.” Giovanna ha, per il suo lavoro, sempre contatto con le cose, ha creatività manuale, oltre che di pensiero; ha ideato la Poesia Sculturata, e perciò potremmo pensare che fare assurgere gli oggetti a protagonisti del suo romanzo, sia scaturito proprio dalla sua attività.

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Per comprendere meglio la suggestione che un oggetto può esercitare sull’essere umano, riferiamoci al momento in cui ci troviamo di fronte o a un paesaggio naturale o a un’opera d’arte; lo stupore e l’incanto ci assalgono e ci sentiamo trasportati in una sfera sublime. E’ l’estasi. Sgorga allora un tacito dialogo tra la cosa e l’uomo. Quell’immagine che abbiamo davanti ci parla. E’ l’effetto della poesia che è insita in ogni opera d’arte, di qualunque genere sia: pittura, scultura…, poesia che nasce quando quell’opera parla al cuore di chi l’ammira. E questa poesia, non in versi, e che è un tacito dialogo, suscita emozione, e anche commozione.

Gli artisti soprattutto possono capire tutto questo.

Quindi la cosa, l’oggetto, a parte l’uso che se ne fa (ci serve, non ne possiamo fare a meno) però ha anche un suo alone di fascino in certi casi. Ci può anche evocare persone scomparse a noi care. Ecco che allora scaturisce una sorta di affezione tra l’uomo e l’oggetto. E’ questo che Giovanna vuol fare risaltare in questo libro.

Ora il rispetto implica un uscire fuori da sé, una predisposizione dell’animo che è l’esatto contrario dell’egoismo. Nel riportare una frase di Giacomo Leopardi, tratta dallo Zibaldone, Giovanna Fileccia scrive: “L’egoismo è sempre stato la peste della società e, quanto è stato maggiore, tanto peggiore è stata la condizione della società.” La scrittrice deplora l’egoismo così come l’ingratitudine: “Quando di un uomo hai detto che è ingrato, hai detto tutto il peggio che puoi dire di lui.” (P.Siro). E tanti altri vizi qui vengono presi in considerazione, come l’ozio, la pigrizia, l’invidia. Ogni capitolo è preceduto da una frase di un filosofo o di un letterato sui difetti e i pregi dell’uomo, motivo per cui l’opera risulta avere una forte pregnanza di carattere morale.

L’aspetto morale qui si affianca e completa l’aspetto didascalico visto precedentemente, per cui Giovanna conclude col ribadire l’importanza dell’educazione. “Ai miei tempi – scrive – vigeva il parlare gentile.” I bambini soprattutto sono i principali fruitori dell’educazione. “I bambini – afferma – sono il terreno fertile sul quale piantare i semi per un futuro migliore.” Essi infatti sono la speranza.

Oltre l’aspetto didascalico e morale, interessante e centrale è l’aspetto psicologico. Significative queste parole: “…è attraverso le problematiche altrui, che sondiamo la parte più intima della nostra personalità. Lo specchiarci nei disagi degli altri, ci aiuta a far emergere le nostre comuni fragilità…specchiandoci infatti, vediamo noi stessi e gli altri con una nuova consapevolezza, che, anche se passeggera, ci fa riflettere su quanti in realtà possediamo atteggiamenti analoghi. Siamo tutti diversi ma simili allo stesso tempo: esteriormente dissimili proviamo le medesime paure e le medesime gioie.” Un accostamento che viene in mente nella struttura della parte che riguarda gli oggetti, che, disposti in cerchio attorno al medico psichiatra, espongono ciascuno i propri disagi, e nella spontaneità e nella naturalezza con cui si confidano dinanzi a tutti gli altri, e manifestano i loro drammi, un accostamento, dicevamo, viene spontaneo fare con Luigi Pirandello, e in particolare con l’opera “Sei personaggi in cerca d’autore”. E viene in mente anche Fedro, il favolista latino, che conclude sempre le sue favole con l’espressione “Fabula docet”, perché Giovanna con questa sua opera, un romanzo dal sapore della favola, vuole, come Fedro, appunto insegnare. E ci vuole insegnare il rispetto. Vuole richiamare gli uomini al rispetto che oggi pare sia stato dimenticato.

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Affiora anche qua e là, ma sempre in maniera garbata e gentile, così come è l’animo della nostra Giovanna, una sottile vena di ironia. Non manca, pur nel dramma, l’umorismo, e certe situazioni, portate anche al grottesco e al paradossale, hanno l’effetto di suscitare il riso. Divertente è, oltre che, a suo modo drammatico, il racconto di certi disagi degli oggetti. L’opera è adatta sia ai grandi che ai bambini.

E oltre l’aspetto didascalico, morale, psicologico e umoristico, non può mancare alla fine l’aspetto propriamente umano. Questi uomini, qui così criticati, alla fine si riscattano, e cambiano. Migliorano nel loro comportamento e gli oggetti guariscono. Scompaiono i loro disagi ed essi riacquistano serenità. L’uomo si dimostra infine veramente uomo: un essere che sa usare la volontà, e, dominandosi e correggendosi, rende agli altri la vita più gradevole.

Giovanna si è dimostrata ottimista. Non solo nella speranza ma nella certezza. La buona volontà trionfa. Oggetti e uomini si incontrano nella concordia e nella pace. Giovanna ha riposto fiducia nell’uomo. E l’uomo si è riscattato dal degrado in cui stava cadendo o era già caduto.

Un’opera originale questa di Giovanna Fileccia, “Oggetti in terapia”, originale nella scelta degli oggetti, che, animati, assurgono a personaggi, anzi a protagonisti, scelta alquanto inconsueta, perché in genere si privilegiano gli animali. Originale nella impostazione e nella struttura, E poi anche attuale. Gli oggetti riferiscono di cattive abitudini degli uomini, che sono tipiche di oggi. Ci sono state magari sempre, però, certamente, oggi, più accentuate: il turpiloquio, la scompostezza, gli eccessi, il chiasso, il rumore; la televisione sempre accesa, le musiche ad alto volume, l’intemperanza, e tante e tante altre forme che in fondo sono tutte riconducibili a mancanza di rispetto.  Verso se stessi e verso gli altri. E questi atteggiamenti sono tipici del nostro tempo.

Ma su tutto questo aleggia, pur con la sua gentile ironia, lo spirito materno di Giovanna, che mira soprattutto all’educazione.

Solo dall’educazione può svilupparsi il rispetto. Rispetto per le cose che significa cura per la conservazione. Il consumismo ci ha portati all’ “usa e getta”, e oggi anche persone bisognose, che non hanno lavoro, gettano con disinvoltura perfino cibo,  (anche il pane tra i rifiuti) senza nessuna fantasia ad esempio nel riutilizzare gli avanzi; e questo vale anche riguardo agli abiti, all’abbigliamento. Non si sa più cucire, rammagliare; al minimo strappo, via! È venuta meno l’ingegnosità nel riutilizzare una cosa, nell’aggiustarla, nel trasformarla per crearne una nuova. Anche con poco, con piccole cose. Ma Giovanna invece questa ingegnosità la possiede. Basti pensare alla Poesia Sculturata, di sua invenzione, in cui dà sfogo alla creatività ricorrendo alle cose, tanto spesso della natura, le più semplici, le più umili: la sabbia, il cartone, le conchiglie, e così via. Ricordiamo che vive a Terrasini, paese di mare.

Nella Poesia Sculturata ella da un’idea, da una ispirazione poetica, con abilità manuale, crea una cosa bella, fantastica, anche estrosa.

La sua opera dunque, sia manuale che letteraria, è un richiamo per gli altri, a sviluppare questo atteggiamento verso le cose. E anche questo è rispetto.

La cura delle cose che è cura delle persone. Le persone si amano anche attraverso le cose. Un padre mira a dare al figlio una casa, la madre a provvederlo del cibo, del vestito; dei libri, dei quaderni, e tutto quello che gli occorre. L’affetto passa anche attraverso le cose. Non se ne può prescindere, come non si può scindere spirito da materia, anima da corpo. Lo spirito si trasmette attraverso il corpo, ad esempio lo sguardo. Anche la poesia, che sembra così eterea ed evanescente, ma ha bisogno del foglio e della penna per essere scritta; una raccolta di poesie ha bisogno del libro per essere diffusa. Anche il libro è qui tra gli oggetti presi in considerazione dall’autrice. E aver cura di tutte queste cose è rispetto. E’ questo il messaggio che la nostra Giovanna ci trasmette accoratamente con questo suo romanzo “Oggetti in terapia”.

Prof.ssa Maria Elena Mignosi Picone

Saggista, poetessa e critico letterario.

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Prima presentazione di “Oggetti in terapia” del 22 novembre 2019 – Biblioteca Comunale in Casa Professa, Palermo. Nell’ambito della VII edizione di Illustramente 2019.

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Alla presentazione del romanzo ha fatto seguito il “Laboratorio Pensante Oggetti da salvare”, ideato e condotto dall’autrice il 24 novembre, presso i Cantieri Culturali alla Zisa.

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