Leggo e relaziono e presento. SOLO UN FILO, di Veronica Giuseppina Billone. Ed. Simposium.

Ho avuto l’onore e l’onere di scrivere la prefazione della silloge “Solo un filo” della mia editrice, la poetessa Veronica Giuseppina Billone. Oltre che organizzatrice di eventi ed editrice di Ed. Simposium, ella è anche una poetessa capace di esplorare quei sentimenti che danno senso al vivere.

La silloge è stata presentata più volte, a questo proposito vi invito a visionare l’intervista che Telejato a trasmesso proprio per la prima presentazione.

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SOLO UN FILO di Veronica Giuseppina Billone

Ed. Simposium

Prefazione di Giovanna Fileccia

Solo un filo… viaggio tra i tasselli dell’anima

La poesia accade nell’animo di colui che sente un’intensa emozione e si rannicchia in un angolo del cuore fino a che esplode per fuoriuscire nello spazio circostante. La poesia può fare molto rumore, ma può anche placare un animo in fermento. In Veronica Giuseppina Billone il fermento è palpabile ché si avverte in ogni poesia che ella ci propone in quest’ultima creatura letteraria che ha scelto di intitolare “Solo un filo”.
Ma basterà solo un filo a sorreggere ogni emozione da lei esternata? Immagino un filo teso sul quale sono stesi: l’amore, la gioia, il dolore, la felicità, la disperazione e sopra il filo, asta alla mano, un funambolo che sa dove e come poggiare i piedi. Eccolo l’equilibrista, egli attraversa a piccoli tentativi le emozioni sul filo sì fragile, ma resistente.
L’equilibrista Veronica affida a un solo filo l’introspezione, l’amore, i luoghi, la poesia e la rinascita: cinque sezioni che si intrecciano dando vita a un viaggio che parte dal profondo abisso per poi piano piano risalire. E nel risalire accade che le poesie di Veronica, verso dopo verso, acquisiscono circolarità quasi come se il filo teso poi si curvi ricongiungendo i due estremi opposti.
La prima sezione del libro è dedicata all’’introspezione’ che rivela la profonda sensazione di vuoto di cui è permeata ogni poesia. Il viaggio dell’autrice comincia proprio dal centro di se stessa, dai dubbi che la dilaniano come recita nella poesia ‘…e adesso non so più’ se credere\alle voci\agli sguardi\alle parole\che di lusinghe\riempiono le orecchie\ma lascian vuoto il cuore. In ‘Mi avessi detto prima’ l’autrice dialoga con il tempo e, tra la malinconia e il rammarico, si avverte l’esigenza d’affrontare il vuoto che le esplode dentro perché viva nonostante sia piangente\addolorata\straziata. La poesia più rappresentativa di questa prima sezione è ‘Tempo scaduto’: una discesa ripida che tra i versi corre veloce, come veloce brucia la passione tra un uomo e una donna… ma poi lo sconforto arriva e il desiderio si schianta in un tempo scaduto e… non resta che morire.
E il dubbio è ad attenderci anche nella seconda sezione dedicata all’’amore’. Amore sognato, vissuto, amato, odiato, desiderato; amore passionevole, caritevole, nascondevole, un amore che cela, svela e gioca sul filo delle domande come nella lirica ‘E semmai fosse amore?’ che racchiude il desiderio di un amore che lasci il segno e che riesca a colmare il vuoto profondo che sniffa rancore ed orgoglio. Per poi esplodere e rimbombare ché vinto\allunga una mano\a cercare calore\rubando quel po’ che gli spetta. In ‘Amore muto’ si avverte l’angoscia nell’eco di un ricordo\che insabbia ogni speranza.
Nella terza sezione dedicata ai ‘luoghi’ la poesia ‘la tua bellezza’ a sorpresa va verso l’apertura: inghiotto cultura\e mi espando al ricordo, recita, e nonostante sembri che l’espansione sia da attribuire al passato poi continua: riempio la coppa\a completar conoscenza\di questa mia terra\ a cui tu\tassello a lungo atteso\mancavi: c’è in questi versi un forte richiamo alle radici, c’è inoltre un tendersi verso qualcosa che è fuori da sé, ma c’è soprattutto una parola chiave che, secondo me, è il filo conduttore di tutto il libro di Veronica Billone: tassello. Per Veronica infatti “la poesia diventa il contenitore di pezzi d’anima che fuoriescono dal corpo depositandosi tra le sue righe per sempre”, una serie di tasselli che compongono un mosaico da scomporre e ricomporre a piacimento.
E mentre l’autrice scava rivoli di dolore, si perde alla ricerca dell’amore e ritrova un po’ di serenità nei luoghi che ritemprano il suo animo, poi, nella penultima sezione dedicata alla ‘poesia’ ella inizia con ‘Grazie’ e intuisco quanto sia intrinseco il suo rapporto con lo scrivere versi: ella infatti sente il bisogno di ringraziare la sua musa ispiratrice come se la poesia fosse un’entità separata dal suo essere. Eppure è sempre il dolore a permeare i suoi versi come si evince da ‘E scrivo…’: E’ d’inquietudine\che s’agita questo fiume\e straripa sul foglio\con spruzzi di parole; per poi finire: Ma io scrivo\cancello\riscrivo\perché è forte il bisogno\di non arginare\questo fiume in piena. E finalmente dalla poesia ‘L’emozione del poeta’ inizia a scaturire una piccola scintilla un soffio dell’anima necessario affinché l’autrice vada oltre il dolore, il ricordo, il sogno e inizi a intravedere il senso della vita che diviene perla lucente.
E la luce pervade la quinta e ultima sezione dedicata alla ‘rinascita’. Qui il filo di Veronica si intreccia e si fortifica, di più, si curva a baciarsi: vedo chiaramente le estremità unite a formare un cerchio nel quale l’autrice si riconosce intera. Ogni tassello che compone il mosaico è al suo posto: il viaggio dentro se stessa l’ha portata fuori e l’ha ricondotta sul filo. La poesia ‘Del pianto della vita e della morte’ recita: di gioia e di dolor\il pianto è verso\inchiostro rosso e nero\all’occorrenza, più avanti conclude in modo circolare: ritornerà\il primo angosciato pianto\di nuova vita\e nuova gioia\si donerà al mondo. Veronica Billone funambola in bilico sul filo di quei sentimenti che danno senso al vivere: il cammino buddista ha placato la sua solitudine, ha colmato le manchevolezze e ha esaudito il desiderio di pienezza. Il filo ora è solido, sembra avere assunto la forma di un’ampia via da percorrere con più serenità; le parole scorrono fluide come acqua di fonte che dall’alto della montagna scende a precipizio per poi risalire verso la speranza per il futuro; la morte è lì ad attenderla eppure adesso si percepisce meno angoscia. E termina il viaggio con ‘Mediterraneo’ tra i cui versi la poetessa chiede al mare: mi sei amico?\la tua onda mi spingerà\verso la speranza di\una vita migliore?\O sarà la coltre\che mi addormenterà? e poi prosegue: Se sarà vita, io rinascerò!\Se sarà morte, io rinascerò!
“Solo un filo” sorregge Veronica Billone: lo stesso filo che lei stessa, verso dopo verso, ha trascritto sulle pagine di questo libro. Molte delle liriche contenute in “Solo un filo” sono sospese in un tempo e uno spazio dove la Nostra con eleganza procede parola dopo parola mossa dal vento: dolce, leggero, generoso; eppure il vento può rubare l’anima, e può anche districare i dubbi.
Veronica svetta verso il cielo alla ricerca di una realtà che vada oltre il miraggio. Lei, solitaria funambola capace di scrivere versi lievi come piume in volo ma pesanti come lingotti d’oro puro, cammina sul filo e risale l’abisso; poi, in bilico sul filo, ascolta la voce leggera che le sussurra il vento che la conduce a due passi dal sole dove è più facile asciugare le lacrime.

Giovanna Fileccia
Terrasini, lì 31 maggio 2017

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