N. 2 #RiflessionCovis. L’angolo acuto, racconto breve.

L’angolo acuto

Racconto breve di Giovanna Fileccia

Sono all’angolo, ciò che vi chiedo è di liberarmi. Potete? Basterebbe poco, un movimento di due braccia: uno dei miei e uno dei vostri. Mano destra che si aggrappa alla mia mano destra, una spinta e sarei fuori da questo angolo retto nel quale mi hanno confinato. Confine limitato, visuale limitata. Mi sento all’angolo anche se vado a fare la spesa, se vado in chiesa o scendo giù a passeggiare Orazio. Il mio amico cane scodinzola felice per le strade vuote, potrei anche lasciare il guinzaglio e lasciarlo libero di andare dove vuole ché tanto non ha nessuno da attaccare, da mordere, da inseguire.
Quest’angolo all’inizio mi piaceva sapete? Da marzo a maggio ho riassestato i miei giorni confinati: ho lasciato crescere i capelli, imparato a fare il pane e ho ripreso a suonare il pianoforte, un po’ piano e molto forte per farmi sentire dai vicini di casa che mi chiedevano di suonare O bella ciao e Viva l’Italia di De Gregori che è uno dei miei cantautori preferiti.
Ma di più in quei mesi ho preferito poltrire sul divano e all’occorrenza una doccia veloce e correre di fretta e furia a prendere magari un po’ di frutta, poi risalire dentro le mura bordò della mia scatola casalinga, sentirmi soffocare e scendere di nuovo dal mio sesto piano con Orazio felice al mio fianco come a chiedermi il permesso: “Per strada posso correre libero?” E io: “No. Non posso io, figurati tu. Anzi, sei fortunato amico mio tu non devi camminare per strada con la mascherina”.
Costa l’aria, anzi è più che preziosa, vale oro per quanto pesiamo. Potessi tornare a quando non c’era il Covid farei dei respiri cosi grandi, così immensi da… darei più abbracci possibili, più baci possibili, immagazzinerei tante di quelle strette di mano da farne il pieno.
Ora il pieno della macchina si consuma meno delle pantofole…
Sono all’angolo retto e storpiato, un angolo sempre più acuto. Lavoro zero, umore nero, compagnia zero. Chiamerò la protezione civile per fare quattro chiacchiere, chiamerò lo psicologo di turno al gruppo di ascolto, chiamerò la biblioteca che mi mandino un libro da leggere, però uno che mi risollevi il morale, mi faccia vivere una vita migliore di questa qua. E poi magari chiamerò uno dei miei amici ancora più all’angolo di me e forse sarò io a farlo spostare da lì. Lo tirerò a forza di parole, gli ricorderò che è solo un periodo, saranno settimane o mesi o anni. E ogni giorno inseguirà l’altro. Lo trascinerò fuori da quell’angolo maledetto a suon di musica dal vivo, una musica veloce, allegra, una baciata per quando ci si poteva baciare, una lambada per quando ci si poteva abbracciare.
Liberatemi da quest’incubo al quadrato. Tiratemi fuori da questo guscio bordò. Il colore mi è piovuto addosso e ora mi sta stretto. Voglio l’azzurro del mare, il verde degli alberi, il giallo del sole. Datemi un foglio affinché io possa disegnare come era prima la mia vita.
Liberatemi da quest’angolo nel quale sono. E poi verrò io a liberare voi. Aspettatemi…

Giovanna Fileccia
8 novembre 2020

Foto dal Web

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