SUGNU PETRA. Prefazione di Marco Scalabrino e Maria Pia Virgilio

Sono grata a Marco Scalabrino e Maria Pia Virgilio per l’attenzione e la completezza della loro prefazione a SUGNU PETRA, Edizioni L’Arca di Noè, 2025. Il libro, arricchito dalle illustrazioni di Leo Di Mercurio, è finalista al 50° Premio Internazionale Città di Marineo 2025.

Giovanna Fileccia

SUGNU PETRA

Edizioni L’Arca di Noè, aprile 2025

Prefazione di Marco Scalabrino e Maria Pia Virgilio

Sugnu petra.

Il titolo (ancorché in assenza del punto esclamativo) è perentorio, il piglio imperioso, la sentenza inappellabile!

È manifesta la determinazione, la consapevolezza, la consistenza.

L’uso del verbo alla prima persona singolare dell’indicativo presente sottende il pronome personale io; la locuzione, pur nella sua lapidarietà, prospetta un organismo senziente, una personalità decisa, un soggetto siciliano risolutamente collocato nell’oggi. Un essere umano. Ma davvero è così?

In verità, a lettura compiuta, più che a una persona in carne e ossa, il titolo (che dell’intera silloge configura il biglietto di presentazione, lo spioncino dal quale sbirciare, l’avamposto) soppesiamo che voglia alludere ad altro, a una entità piuttosto: alla poesia. Poesia che, impalpabile, prodotto (Eugenio Montale docet) “assolutamente inutile”, pure constando unicamente (Stéphane Mallarmé) di parole, è in grado (mercé la “penna” che le invera) di ferirne, come notoriamente sancisce il motto, più di una spada. D’altra parte (insistiamo così con Carlo Levi nell’ambito della nostra Sicilia) Le parole sono pietre, possono divenire pericolose allorché scagliate. Parola/pietra che colpisce, perseguita, lapida; un’arma quindi (quantunque tale accezione e tale uso non ci entusiasmino affatto).

Nell’ordine delle cose tuttavia, per l’umanità essa da sempre è stata nelle sue declinazioni (e tuttora lo è) fra i materiali primigeni impiegati per la costruzione di un edificio, sia esso una stamberga sia esso un tempio. Pietra è sia la lava che la sabbia. E sia essa il materiale duro, temprato, compatto sia essa quell’altro agile, malleabile, minuto (dell’uno e dell’altro peraltro, dal vulcano alle spiagge, la Sicilia è doviziosa), entrambe le tipologie pertengono, nella parvenza come nella sostanza, alla terra, all’indole, al DNA dei siciliani.  

Mutuando ad usum delphini la proprietà transitiva, possiamo qui asserire che, per quanto afferisce al siciliano (l’appellarlo dialetto – asseverano gli studiosi – piuttosto che lingua nulla gli sottrae e niente affatto lo sminuisce), questa silloge di Giovanna Fileccia, che ne fonda in pari tempo l’esordio, è il suo edificio in quella agorà. Un esordio “solido” (Sugnu petra) sin dal titolo, un esordio grintoso che pare sfidarci a non essere preso sottogamba ed esigere di essere considerato, letto, indagato sino appunto dall’esercizio della scelta di esso.

Esordio quanto all’idioma siciliano, giacché la Nostra, nativa del capoluogo dell’Isola, vanta già molteplici antecedenti pubblicazioni in lingua e fra esse le sillogi di poesia Sillabe nel Vento del 2012, La Giostra dorata del Ragno che tesse del 2015, Marhanima del 2017, Seta sul petto per Alessandro che Di Mercurio aveva la forza e l’empatia del 2020, nonché il romanzo Oggetti in terapia del 2019, la fiaba Aneris piccola sirena ribelle del 2022 e, recentissimo, il romanzo epistolare Rose di velluto rosso del 2023. Da registrare inoltre (al fine di schizzare un più puntuale profilo della sua febbrile attività culturale e in questa sede soprassediamo circa i numerosi premi e riconoscimenti conseguiti) che gestisce un blog letterario, è curatrice di eventi culturali, divulgatrice della poesia e della lettura ad alta voce nella scuola, promotrice di laboratori artistico-sensoriali e chissà quali e quanti altri lavori e progetti custodisce nei suoi cassetti informatici o meno!  

Alla risoluzione di dare luce oggi alla sua voce in dialetto nonché all’attuale stadio di evoluzione quanto alla sua poesia di genere, reputiamo che alla Nostra (come d’altronde è stato per tanti di noi) non siano stati estranei gli studi che nel tempo lei ha condotto e il proficuo confronto dialettico e documentale con altri poeti, con le posizioni più avanzate di taluni altri cultori della poesia e dell’idioma siciliani; studi e confronto che hanno sortito in lei l’effetto di avere maturato il senso di una più piena consapevolezza del proprio ruolo, della dignità del suo strumento, della responsabilità quanto all’alveo culturale entro il quale il suo affluente lirico andrà a immettersi.

In copertina la riproduzione di un particolare dell’opera tridimensionale di Poesia Sculturata, essa pure a firma della nostra poliedrica autrice, dal titolo Fiore di mare – Ciuri di mari, foto di Davide Albegiani, all’incirca sessanta facciate fungono da scrigno a trenta testi e al novero nel numero di dieci delle illustrazioni (queste tutte a firma di Leo Di Mercurio, uno dei due figli di Giovanna Fileccia), sia a colori che in bianco e nero, pittura a olio e acrilico, carboncino e matita le varie tecniche usate.  

Rilevata la significativa dedica ad ambedue i figli, l’altro è Fabrizio, doverosamente estesa “alla memoria di mio marito Alessandro, agli affetti, al Tutto che mi attornia e alla lingua-latte pietra che è”, ineludibile, discettando della Nostra, un cenno alla “Poesia Sculturata”, ovvero all’amalgama fra la parola e la materia, all’inverarsi della poesia in altra forma d’arte, all’accostamento e alla mescidanza fra le due discipline della poesia e della scultura. Operazione che, in ossequio al suo credere “nelle ibridazioni artistiche”, rigorosamente rifacendosi alla pratica del riciclo e del riutilizzo e al principio adottato e messo in atto del “rispetto dell’ambiente”, lei realizza a partire dalle tele e dai colori, con l’ausilio di elementi eterogenei quali: tessuti, pelle, bottoni, plastica, legno, sabbia, conchiglie, filamenti sospesi… sì che in tal guisa si venga a compendiare l’impasto dei suoi sentimenti e del suo osservare, del suo immaginare e del suo creare e in conformità al suo disegno “la poesia acquisti essa stessa forma d’arte”, in consonanza alla sua visione “l’arte poetica valichi le parole e si arricchisca di più interpretazioni”.

La consegna ricevuta è stata quella di una prefazione snella, di un discorso preliminare asciutto, le cosiddette due paginette, ma non crediamo proprio che la potremo rispettare.

Fondamentalmente componimenti brevi che s’adornano dell’uso reiterato del rientro e talora della dislocazione (di apollineriana memoria) dei versi a mo’ dei gradini di una scala o della sinuosità della serpentina, della vaghezza della punteggiatura, delle proiezioni in italiano in calce pressoché letterali, sebbene con carattere e corpo differente a cura della stessa autrice, fra i tratti che contrassegnano la cifra di Giovanna Fileccia vi è la liricità; liricità che vi si dipana copiosamente e che sortisce sovente esiti di tutto riguardo, taluni esempi tra i più fausti dei quali riferiremo nel corpo di questa nota.

Egemonico in gran parte dei testi il verso libero o meglio il verso liberato; liberatosi autonomamente, dispensatosi da sé dalla pesantezza della struttura, svincolatosi dall’austerità della confezione, arbitro di fluire immune da costrizioni, di respirare oltre le frontiere, di sconfinare senza remore. Vi si schiera invero una metrica disinvolta, una tensione lirica elastica, spigliatamente altalenante fra l’urgenza della modernità e i dettami della tradizione, nella quale la più dinamica versificazione, assecondata dalla disposizione e da una controllata verticalizzazione, e le caparbie strofe in forma simil chiusa, complici rime e assonanze, si intersecano, si attraggono e si respingono, si susseguono scevre da reciproci pregiudizi, in un circuito positivamente caotico nella mira esclusiva di rispondere nell’uno estrinsecarsi e nell’altro al sentire dell’autrice, di celebrare la musique interna al suo animo, oltre che di esaltare la vis declamatoria che andranno ad assumere. E ciò dacché alla poesia si impone di rispettare in ogni caso un ritmo, una scansione che ne determini un andamento armonioso, un fraseggio musicale e in quest’ottica la puntuale distribuzione dei testi negli spazi bianchi, l’accorto utilizzo dell’enjambement, all’occorrenza degli accenti tonici, nonché delle figure retoriche, l’anafora in primo luogo col suo incalzare: La pirdivi ntra la pagghia… La pirdivi ntra la negghia… La pirdivi ntra lu trenu (L’ho perduta nella paglia… L’ho perduta nella nebbia… L’ho perduta nel treno); Ti cugghivi quannu la notti… Ti cugghivi quannu lu jornu… Ti cugghivi quannu spicasti… (Ti colsi quando la notte… Ti colsi quando il giorno… Ti colsi quando spuntasti…); Dicinu ca sugnu ntellettuali… Dicinu ca sugnu ntellettuali… Dicinu ca sugnu ntellettuali… (Dicono che sono un’intellettuale… Dicono che sono un’intellettuale… Dicono che sono un’intellettuale); Nuddu lu cogghi / nuddu lu voli / nuddu lu pigghia (Nessuno lo coglie / nessuno lo vuole / nessuno lo prende), prestano un ottimo servizio.

Affrontata parimenti dalla Nostra non a cuor leggero la vexata quaestio del modello di trascrizione del siciliano! Questione da lei risolta (salomonicamente?!) nella direzione, sì, di un confidente abbraccio al criterio etimologico di essa e purtuttavia senza un discrimine netto, senza porre drasticamente al bando, senza rinunciare del tutto ai benefit (in termini soprattutto di aderenza alla memoria della parlata materna ereditata, di immediatezza della pronuncia, di resa più organica al proprio milieu) dell’altro criterio, il fonografico; per cui, accanto alla disciplina e alla coerenza ortografica che il primo rivendica, non vi si disdegnano talune funzionali recrudescenze foniche ed estetiche che il secondo ammette. Ambedue le opzioni del resto sono più che legittime!

Ma procediamo per ordine.

La raccolta si apre con una stilettata di luce: il sole, la luce che da esso promana, acceca, scotta, tanto è intensa, tanto è calda; occorre non guardarlo direttamente, occorre proteggere gli occhi con degli appositi dispositivi, occorre non esporre avventatamente la pelle, occorre… Ma la nostra autrice, in virtù di poesia, lo ghermisce, lo ammansisce, lo stipa in flaconcini, ne perfeziona un uso terapeutico, se lo prescrive, lo assume tutti i giorni quasi fosse un alimento, un integratore, ogni jornu / na cucchiarata di suli (ogni giorno / una cucchiaiata di sole), ed ecco che esso cessa di essere una insidia, una minaccia da cui guardarsi e diviene una pozione magica che adduma lu cori… affamatu d’amuri (accende il cuore…. affamato d’amore), che fa rinascere na stizzidda / di spiranza (una goccia / di speranza).   

Superba l’immagine che del sole se ne possa a proprio comodo fruire a cucchiaiate, sin da questo primo testo emergono gemme inventive ed esiti pregiatissimi nonché peculiarità del siciliano, spunti grafici e sintattici, fioretti retorici meritevoli di approfondimento. Valuteremo di volta in volta se e quali affrontare nell’immediato e se e quali altre notazioni, comuni a più testi della silloge, convogliare verso quel bastione che erigeremo in chiusura di questo elaborato.

Non ci soffermeremo chiaramente su ognuno dei testi della raccolta, anche se ciascuno di essi invero appieno lo meriterebbe.

L’incipit nondimeno del secondo testo, Paradisun terra, ci impone già lo stop! Delizioso, esso recita: C’è un fruttu c’arricama sta me terra / cu beddi tuppa menzu a lu puntu d’erva (C’è un frutto che ricama questa mia terra / con bei nodi in mezzo al punto d’erba). In tema di incipit Giovanna Fileccia ne allestisce almeno una mezza dozzina di mirabili, taluni dei quali di seguito anticipiamo, e che, come fossero le tessere di un puzzle, il lettore si compiacerà di collocare via via li andrà rinvenendo: Havi jorna nichi / di cuarrunchia / li spaddi (Ha giorni piccoli / di chi stringe / le spalle); M’ammucciai dintra li grutti d’oru / a ìnchirimi l’occhi di biddizzi rari (Mi nascosi dentro le grotte d’oro / a riempirmi gli occhi di bellezze rare); Stu suli / ca si para quannu scura / è comu tàgghiu di cuteddu (Questo sole / che si vede quando fa buio / è come taglio di coltello); Lu ventu di sciroccu / porta lacrimi d’autunnu (Il vento di scirocco / porta lacrime d’autunno).

Centrato l’accostamento fra la gente di Sicilia e il ficodindia, un fruttu comu ‘a genti di Sicilia (un frutto come la gente di Sicilia), fra la dolcezza interiore recondita e l’asprezza esteriore sbandierata: lu cori tenniru e assai duci (il cuore tenero e assai dolce), ma nella pelle [havi] stiddi di porcuspinu (ha stelle di porcospino).  

Corredato dalla prima illustrazione, il testo Acqua di lu celu parla al maschile: Addinucchiuni ti talìu, Matri / sugnu luntanu, tuccariti nun pozzu (In ginocchio ti guardo, Madre / sono lontano, toccarti non posso). Qui, in verità, lei dà voce… a un albero e, lo si creda in fede, ciò risponde impeccabilmente al suo essere! Lei difatti, l’autrice, sente di essere un tutt’uno con la Natura, l’Universo, il Creato, cosa che (va da sé) è ben più della mera schematizzazione femmina – maschio! Peraltro, soprassedendo circa i massimi sistemi e riducendo ai nostri terreni termini la questione, nel successivo testo Chiantu d’autunnu si rinviene: picciriddu / mi firriava ntunnu ntunnu… Ora sugnu vecchiu e sulu / stancu, malatu e camulutu (bambino / mi giravo intornoOra sono vecchio e solo / stanco, malato e malandato in salute); e giusto nel suo ultimo lavoro, il sopraccitato romanzo epistolare Rose di velluto rosso, la Nostra indossa, in tutto proprio agio, i panni di entrambi gli interlocutori: la lei e il lui che fra quelle pagine vivono.  

Una invocazione tesa a volere scongiurare il clima di apocalisse che sempre più oggi pare ventilarsi: ultimu arvulu nna stu disertu (ultimo albero in questo deserto), Addinucchiuni, una supplica, inizia in ginocchio: Addinucchiuni ti taliu, Matri (In ginocchio ti guardo, Madre). Atteggiamento questo, al cospetto della natura, che rimanda a san Francesco, allo spirito francescano; atteggiamento che trova avallo e consolidamento nel successivo componimento titolato Ciuri di mari, nel quale dichiaratamente gli elementi della natura sono familiari di colei che scrive: lu scuru è me frati, lu lustru è me patri, lu mari è me matri, lu tempu è me soru (il buio è mio fratello, la luce è mio padre, il mare è mia madre, il tempo è mia sorella).

Nel restituirci Ciuri di mari l’immagine di copertina, pure taluni degli elementi, lu mari è me matri, lu tempu è me soru, e i ruoli parentali, i loro generi, paiono intenzionalmente in disaccordo: il femminile e il maschile sono invertiti, come a volere stravolgere ataviche convenzioni o quantomeno a volerle mettere in discussione, a volerne ridisegnare i profili; ogni ruolo, sembra ci si voglia suggerire (ma questa, beninteso, non una interpretazione autentica quanto la nostra ipotesi di studio), ne contiene altri e non è esclusivamente quello che per consuetudine concepiamo, che ci è dato d’emblée di cogliere!

Che Lu caminu di lu pasturi passi inosservato è circostanza assolutamente inverosimile! Lo slancio di modernità, la fertilità d’inventiva, l’ordito lirico, i margini di interpretazione che lo connotano non lo consentono. Sbarrachiari è ben diverso (nei modi soprattutto, nel fragore che talvolta provoca, nello spavento che incute) da aprire; è spalancare! Sbarrachiai la porta (Spalancai la porta) onde, varcatane la soglia, scardinate le sordide imposizioni del mondo rituffarvisi, scurdai zoccu / vulìa lu munnu (dimenticai ciò che voleva il mondo), e affrancatasi dalla paura, dall’odio, dalla cattiveria, mi spugghiaid’ogni stratu / di lurdìa (mi spogliai… di ogni strato / di sporcizia), purificarsi, rinascere, ancorché nella penosa contezza (giusto perché della finitezza umana) di quanto resta nella sfera del non risolto, dell’incompiuto, m’arristò lu disiu / di grapiri cori e arma / a lu biancu celu (mi rimase il desiderio / di aprire cuore e anima / al bianco cielo). Non azzurro, come nella più sacramentale delle iconografie, il cielo al quale si anela, bensì biancu, bianco: candido, lindo, puro. Chapeau!    

Con la seconda delle illustrazioni, Scrùsciu, la Sicilia paragonata a una donna siciliana non è una novità. Che questa poi sia bedda, povira e mazziata(bella, povera e bastonata), beh, rientra anche tale triade nel preconfezionato immaginario collettivo! E nondimeno l’autrice riesce a spiazzarci: lei, la Sicilia, è… senza testa (priva di identità, di volontà, di pensiero?). E un ulteriore elemento vi inserisce: l’azzeccato e inusitato accostamento di ursa a terra; terra ursa, selvaggia, aspra, pericolosa, ma altresì forte, imponente, coraggiosa.  

Cula voli sta bedda figghia? (Chi la vuole questa bella figlia?), la poeta si chiede. E all’ultimo verso rilancia: Vossia si la vulissi accullari? (Lei vorrebbe prendersene cura?). Gli interrogativi sono palesemente retorici, provocatori, rivolti a chi se non agli stessi siciliani per primi! L’invito, oneroso, a un ipotetico acquirente rimarrà disatteso, un nulla di fatto! Ad ogni modo si farà salva una rimarchevole figurazione: passannu / a picca a picca / di lu coddu / di la buttigghia / lassata senza tappu (passando / a poco a poco / dal collo / di la bottiglia / lasciata senza tappo).   

Lu nvernu di lu munnu è uno di quei testi che, se non vi fossero ovvie ragioni di spazio, avremmo voluto qui riprodurre per intero! L’amore si è nascosto?! Si cerchi nelle stanze del cielo che abbracciano il mondo, negli alberi, nel vento, fra i granelli di sabbia. La speranza di ritrovarlo è nella natura.

Lu duluri è uno di quei testi che, se non vi fossero ovvie ragioni di spazio, avremmo voluto qui riprodurre per intero! L’abbiamo già detto?! Repetita iuvant! E oltretutto confermano.

Senza di tia moru (Senza di te muoio) il dolore confessa al dolente! Quale mirabolante invenzione, quale sconcertante rivelazione, quale icastica simbiosi viene a innestarsi! Senza il dolente il dolore muore! Il dolore è conditio sine qua non del nostro consistere di esseri umani, ci è fedele inesorabile sodale, l’accoglierlo ci è coercizione imprescindibile? “Staiu cu tia picchì ti vogghiu beni” (“Sto con te perché ti voglio bene”), esso inopinatamente proferisce e lei, smontata, l’abbrazzai strittu strittu (l’abbracciai stretto stretto). Anche qui un che di francescano.

Un inciso prima del successivo testo! La varietà dei temi trattati ci sollecita l’assunto di Gustave Flaubert: “Un tempo si credeva che lo zucchero si estraesse solo dalla canna da zucchero, ora se ne estrae quasi da ogni cosa; lo stesso per la poesia, estraiamola da dove vogliamo, perché è dappertutto”.

Quannu nascisti rumpisti li jorna / ntamasti lu tempu, ciureru li sonna (Quando nascesti rompesti i giorni / sorprendesti il tempo, sbocciarono i sogni). Le stagioni si scompaginano; il tempo impietrisce davanti a tanta meraviglia; le pietre sbocciano per l’immensa gioia; l’esistenza, favorevolmente stravoltane, diviene colorata, luminosa, festosa: è l’arrivo di un figlio!

Per contro, amare lacrime versano la luna e le stelle alle quali viene imposto di lasciare andare la creatura. E dopo? Dopo, come i singoli grani di una collana, uno dopo l’altro, goccia dopo goccia, i giorni si depositeranno e andranno a riempirne lu calici di la vita (il calice della vita). Un evento di tale immensurabile portata che solo l’amore di una madre riesce a trovare le parole e le immagini acconce per descriverlo.  

“Alla poesia non è mai estraneo ciò che il poeta fa quando non sta scrivendo. Tutto quanto fa parte dell’ampia e varia sostanza vitale, prima o poi, busserà alla mente del poeta chiedendogli di potere trovare forma”, Seamus Heaney. 

Da accreditare a fatto di cronaca, a cruda quotidiana realtà, a ricostruzione di fantasia, Iddi, due cuori e una capanna, o meglio un ciatu, un corpu e n’arma (un fiato, un corpo e un’anima) discopre l’Eden sulla terra! Quell’“eranu” (erano) al primo capoverso, pensandoci però bene adesso, suona come un campanello d’allarme! A lu scuru (Al buio) non è come al cinema allorché le luci si smorzano per un film che sta per iniziare, una pellicola tutta occhi languidi e cuori palpitanti, un lungometraggio strappalacrime o, magari, una audace scena d’eros! È, nella spietatezza della vita, per un rapporto sentimentale, un amore che finisce in malo modo, una stella che si spegne inghiottita da un efferato buco nero! Nessun lieto fine.

Nella gioia (si veda il precedente testo Calici di la vita nel quale si recita: Fusti un miraculu purtatu di DiuFosti un miracolo portato da Dio) come nel dolore, la poeta appare donna con gli occhi protesi al cielo e l’anima a Dio. Un’intima orazione, il testo L’ura chiù pirniciusa ripropone il tema del dolore, sebbene di esso qui nuddu si n’adduna, nessuno si accorga.

Ciò malgrado, malgrado la pena che la devasta e che sta lassannu / lu me corpu / vacanti (lasciando / il mio corpo / vuoto), a Lui lei si rivolge in guisa confidente, non iraconda e lo interpella con il titolo di Signore. Tutto si sostanzia (daccapo ci verrebbe da dire, giacché poc’anzi, nel testo Lu duluri, abbiamo letto: lu tegnu menzu a lu pettu – lo tengo in mezzo al petto) al centro del suo petto: il cuore attira a sé tutte le energie disperse in un corpo che si va svuotando, consumato nella fatica di dare ancora un senso al vivere, al restare: lu chianciri di li me’ occhi / lu sapemu / sulu iu e / lu Signuri (il piangere dei miei occhi / lo sappiamo / solo io / e il Signore).

L’illustrazione abbinatavi sa ben più che di corredo! L’immagine che la superficie dello specchio restituisce, il volto che in esso si staglia, non è della persona che lo tiene in mano e vi si riflette! Questa, ancorché di profilo, è fuor di dubbio una donna: l’orecchino, i capelli biondi, lo smalto rosso al pollice; nel tondo dello specchio il volto viceversa è quello d’un uomo. Non fatichiamo a supporre che i due della coppia rinviino all’autrice medesima e al suo compianto marito, Alessandro, scomparso appena pochi anni or sono.

Cosa sono i 12225 giorni? Lasciamo che il lettore (e noi con lui) si sbizzarrisca nelle ipotesi!

“Una poesia completa è quella – Robert Frost – in cui un’emozione trova il pensiero e il pensiero trova le parole”. E non prescinda, ci permettiamo di aggiungere, dall’occhio volto alla forma dacché, Pier Vincenzo Mengaldo perora, “ciò che significa in un testo è soprattutto la forma; la tensione tra la forma e qualcos’altro è ciò che costituisce il significato del testo”.

L’omaggio a Peppino Impastato (si gioca qui, Pippinu / Mpastatu, sull’ambivalenza del termine Mpastatu quale cognome e quale aggettivo, grazie anche all’abile regia della Nostra che cala l’effetto speciale dell’enjambement), sul cui dramma, luogo dell’uccisione, sangue è sbocciata, per contrappeso allo strazio e all’amarezza di una così tragica perdita, virdi nfinitu (verde infinito), una aiuola d’esempio, di orgoglio, di speranza dei siciliani.

L’attenzione alle problematiche sociali e ambientali e alla condizione femminile permea gran parte della più complessiva opera di Giovanna Fileccia e anche in questo lavoro, benché con uno spettro più ridotto, non difetta!

Un ciatu di ventu è un testo affatto tenero quanto alla cosiddetta “festa” delle donne: na mimusa sfatta… ciavuru d’aria fritta… panzina li fimmini, / tra iddi, fannu disparità… pi st’ottu di marzu la vera dignità / fussi chidda di nun parrari (una mimosa appassita… odore d’aria fritta… perfino le donne, / tra di loro, / fanno disparità… per quest’otto di marzo la vera dignità / sarebbe quella di non parlare); e Cori scripintatu stigmatizza il cancro della violenza sulle donne: Ogni palora è / na cutiddata / mi fazzu nica e / m’abbrazzu li pedi (Ogni parola è / una coltellata / mi ritraggo e / mi abbraccio i piedi).

Siano loro mogli, fidanzate, compagne, madri persino di cui il maschio, quali fossero inanimato retaggio, “cose”, ritiene a proprio arbitrio, comunque e liberamente di potere disporre. Violenza sia psicologica che fisica, a mo’ di riparo dalla quale, a mo’ d’una qualsivoglia forma di difesa, si è indotti a rannicchiarsi, ad assumere la posizione fetale come dei nascituri. Talché l’istanza: agghiutti… sta figghia… aiuta sta figghia (inghiotti… questa figlia… aiuta questa figlia), diretta alla Terra, so Matri (sua Madre), non si configura in termini di contraddizione bensì di via d’uscita, di soluzione, di atto provvidenziale.

A pedi ‘n terra, sette versi appena, impreziosito dalla sesta immagine, non solo per la brevità, ci sia alfine concesso di riprodurlo per intero:

Li me’ pedi

ciàtanu pi mia:

s’aggrappanu a la terra

addisianu lu suli

si sonnanu l’ali

affunnanu nta la rina e

cantanu l’amuri.

(I miei piedi / respirano per me: / si aggrappano alla terra / desiderano il sole / sognano di avere le ali / affondano nella sabbia e / cantano l’amore).

La Nostra… i suoi piedi si aggrappano, sì, alla terra ma respirano, sognano, cantano. Chi altri?

D’altronde in Mari senza vuci lei si professa acqua senza scarpi (acqua senza scarpe), da un’attività in apparenza del tutto insensata condotta in silenzio, scavu rina (scavo sabbia), trova quanto cerca: il sollievo a un problema dell’anima e al malcapitato, in quel medesimo frangente, che osasse timidamente obiettarle: “Alla fine del secondo verso, Ciatu, picchì mi lassasti sula / nna sta notti senza luna (Fiato, perché mi hai lasciato sola / in questa notte senza luna), ci andrebbe un bel punto interrogativo, nevvero?”, siamo certi che risponderebbe secca: NO! Va benissimo così!

Figghiu di crita, la seconda strofa di otto versi è d’una pungente evidenza: Nascisti nna sta terra / ca si nutrica di duluri / dunni l’odiu firmintatu / si scancia p’amuri. / Criscisti menzu a la raggia / ammucciata sutta l’ugna / scanciata pi rispettu / cu la testa vascia (Sei nato in questa terra / che si nutre di dolore / dove l’odio fermentato / viene scambiato per amore. / Sei cresciuto in mezzo alla rabbia / nascosta sotto le unghia / scambiata per rispetto / con la testa abbassata).

All’inferno chi sta sempre e comunque a criticare! All’autrice plausibilmente ispirata dalla sua prodigiosa manualità, questa anche una trovata maiuscola, corredata dall’immagine numero sette, in Pittiddi d’amuri lei concepisce l’idea fuori dall’ordinario dei coriandoli d’amore: leggeri, variopinti, tanti, apparentemente senza valore, unicamente semplicissimi dischetti di carta colorati se non fosse che sono fatti del più prezioso dei sentimenti, consistono… d’amore! Amore, che quantunque in minuscoli frammenti come i coriandoli, a nichi e granni (piccoli e grandi), a nessuno manchi, a nessuno sfugga! Ma si possono, in realtà, cucire i coriandoli l’un l’altro per farne una tenda (come magistralmente lei fa in poesia)?  

Le sferzate del disamore (agghiacciante in Bastarduni, il frutto della sua terra, cori di matri… schifiatu… distinatu a mpurriri – cuore di madre… indesiderato, lasciato a marcire), la raggia mafiusa (rabbia mafiosa) che l’allorda (la infetta), li vucchi sigillati… l’aricchi attuppati… l’occhi camuluti… pi lu troppu chiantu (le bocche sigillate… le orecchie otturate… gli occhi corrosi… per il troppo pianto), la Sicilia è una terra i cui “contorni”, come nell’ultimo testo della silloge, ora “sconfinano in echi mediterranei” ora “si restringono” senza tuttavia che ciò impedisca che l’incanto balsamico di un Tramuntu spiranzusu, con immagine nove, ne allevii le piaghe, ne plachi le pene e, in una funzionale commistione di siciliano e di italiano, di sentimento e di ragione, lei, l’Isola proclami apertis verbis, accoratamente in prima persona: Vulissi pi mia na musica nova / un cantu di Terra ca ʼn celu acchiana… ciavuru, rispettu e cori lucenti (Vorrei per me una musica nuova / un canto di Terra che in cielo salga… profumo, rispetto e cuore lucente).   

Ultima illustrazione La nuci, pi rumpiri la nuci e nesciri fora (così rompo la noce ed esco fuori), è l’esortazione a frantumare il proprio protettivo rassicurante guscio per venirne allo scoperto e porre in atto, dare esecuzione a quanto dentro di sé, quanto custodito nella propria mente, quanto il nostro talento ditta, il destino ha scritto per noi! Come se, così come avviene per la protagonista di Faidda, gli altri da noi, gli adulti, intuissero già, intravvedessero, indovinassero in noi adolescenti quello che non siamo ancora ma è solamente da venire.   

Il germe vitale della follia così, la punta / di fuddìa, il genio vivo dalle verdi radici, radichi virdi, si sviluppa, evolve, trasforma in luce che abbaglia, in lirico impasto di parole, mare e sabbia, piscu palori ‘n funnu a lu mari / li mpastu câ rina (pesco parole in fondo al mare / le impasto con la sabbia), singolare amalgama che ci sorprende non più di tanto adesso (rispetto a quando abbiamo iniziato questo trip, questa full immersion nella figura e nell’opera della Nostra), torna a riaffacciarsi la “Poesia Sculturata” e a ribadirsi la sua strabiliante manualità.

Fugge Faidda! Chi è, cosa rappresenta? L’alter ego bambina della poeta, il suo emisfero razionale che la vorrebbe tenere a freno? Comunque sia, l’una quasi l’anagramma dell’altra, due gemelle eterozigote, entrambe l’accento tonico sulla “i”, Faidda e fuddìa compongono l’insieme, il tutt’unico, l’interezza: radica junciuta a la me nuci (radice unita alla mia noce).

Il guscio di noce peraltro è, figuratamente, una piccola imbarcazione, una capsula, una navicella. La navicella dantesca: Per correr miglior acque alza le vele / omai la navicella del mio ingegno, sulla scia della quale Ulisse solcò i mari inseguendo oltre l’ignoto virtute e canoscenza o la navicella spaziale sulla spinta della quale l’umanità traccerà in un futuro ormai venturo nuove rotte tra gli spazi siderali alla ricerca di nuove forme di vita e di civiltà? È follia questa?

Dite che basta, che abbiamo scritto abbastanza, tutto, troppo? Probabilmente è così! Di certo però non in maniera esaustiva giacché siamo persuasi che voi troverete tante altre aggiuntive suggestioni fra le pagine delle quali stiamo qui discorrendo. 

In ogni caso prima di congedarci, esplicitati quegli altri testi che avremmo voluto qui riprodurre per intero se…: Na cucchiarata di suli, Lu caminu di lu pasturi, Scrùsciu, Lu duluri, La vampa, Lacrimi di cira, assodato che nella costruzione (non ci si scandalizzi!) dei suoi percorsi lirici, a seguito beninteso dell’intuizione, dell’ispirazione, del verso-lampo che squarcia e illumina e indica, lei s’avvale con accortezza d’ogni idoneo strumento atto a perfezionare la sua espressione, nella forma, nel contenuto e nel senso, a eccedere l’accattivante ma effimero messaggio di superficie, a pervenire a quella e quella sola espressione e che aderisca al meglio all’imperativo suo disegno, che conferisca stile e struttura (il come dire) ai temi che si propone di veicolare (il cosa dire), all’insegna della sua sollecitazione, rallenta lu to tempu (rallenta il tuo tempo), desideriamo olimpicamente mettervi a parte, appena però accennandone, di una manciata di ulteriori essenziali inderogabili notazioni; considerazioni le quali, benché sommarie, ci consentiranno un approccio viepiù avvertito a questo suo lavoro, accentueranno ove fosse necessario la caratura della nostra autrice, ci accompagneranno più gradevolmente verso la chiusura.

Lo sterminato patrimonio lessicale siciliano che riverbera tuttora oggi il fasto di antiche e più recenti civiltà: la greca, la latina, l’araba, la spagnola… dalle quali esso trae nobilissima discendenza: spinnu (forte desiderio), appizza (conficca, appende), sgridda (schizza fuori, erompe), prena (gravida), lippu (fango), vattali (canali di irrigazione), accamora (per il momento), nturciuniati (attorcigliati), gargi (gola), arrassari (allontanare, scostare), ntamari (allibire, restare sbalordito), viddicu (ombelico), arrunchia (ritrae un arto), allicchittati (eleganti), attintari (ascoltare con attenzione), attassatu (intirizzito), camuluti (tarlati), schifiatu (disprezzato), eccetera;

le frasi idiomatiche a esso collegate, picca duci di mussu la più pittoresca ed enigmatica, tanto che l’autrice reputa conveniente una didascalia esplicatrice;

quei termini che, per l’assiduità con la quale ricorrono, quali che ne siano i motivi, le sono cari: verbi ovvero quali ammucciari (nascondere) e abbrazzari (abbracciare) in tutte le loro coniugazioni e sostantivi quali vini (vene), mari (mare), ciatu (fiato), così come altre voci che le sono familiari, o perché congruenti all’andamento della vita di tutti i giorni o perché spiccate dall’alveo agreste che pure le è prossimo: chiavi (chiave), linzola (lenzuola), carbuni (carbone), quasetti (calzette), fogghi (foglie), pagghia (paglia), catu (secchio), corda (corda). Non cose di poco conto, queste e altre, meri oggetti, sedimenti bensì prassi di quotidianità, creature inanimate della natura antropizzata, partner dell’esistenza.  

Ci rendiamo conto che s’è fatto tardi; anzi, s’è fatta lunga!

E pertanto malvolentieri rinunciamo ad approfondire quei risvolti grafici, sintattici, retorici, quelle suggestioni che del pari avrebbero meritato la nostra piena attenzione; fra essi: il plurale in “a” di certuni sostantivi: ugna, coccia, vrazza, jorna, pugna, vrazza… che ne tradisce la derivazione latina; le preposizioni articolate nella forma contratta caratterizzata dall’accento circonflesso: câ rina, â casa, ntô spissu, ntô cannistru, ô chiaru di luna, cû mari e cû celu, dû celu e via dicendo, stesura contratta che la stesura estesa letteraria, preposizioni più articoli, non ha del tutto proscritto; l’aferesi, ‘a genti, ‘n celu, ‘n terra, ‘n funnu, ‘n capu, ‘n testa e l’apocope, specie quanto al pronome relativo “cui”: cula voli, cuarrunchia, cunasci, cumori; il complemento oggetto: prijiava a la Madonna; prijiannu a l’Immaculata Cuncizioni, complemento che se si tratta di oggetto animato viene preceduto dalla preposizione “a”, mentre per gli oggetti inanimati tale preposizione non va usata: talìannu lu mari, vitti varcuna; la perifrastica: muta t’à stari, m’avìa ammucciari, s’appi a pigghiari, peculiarità della lingua siciliana legata al latino, che tuttavia in siciliano non è passiva come nel latino e viene resa mutando il verbo essiri in aviri (il latino mihi est faciendum, infatti, in italiano si rende con la perifrasi io debbo fare o simili, mentre il siciliano lo rende con aju a fari); la figura retorica della sinestesia, l’accostamento cioè di dati appartenenti a domini sensoriali diversi: si mbriàca lu nasu; chi ciavuru friscu.

E concludiamo con una sintetica rassegna dei valori:

la vita, vampa caduca, che havi jorna nichi / di cu’ arrunchia / li spaddi / un suspiru nnavanti / e nautru nnarrè / nta strantulìi / d’arma e cori (ha giorni piccoli / di chi stringe / le spalle / un sospiro avanti / e un altro indietro / in palpiti / di anima e cuore);

gli affetti familiari, madre, padre, zia… sempre lì a richiamarne l’infanzia quale tempo di struggente dolcezza e di promesse infinite, in aperto contrasto con la durezza del tempo presente: turnamu â casa adaciu adaciu / me patri li vrazza li fici lettu (tornammo a casa piano piano / mio padre le braccia le fece letto);

la fede, e in essa la carità quale virtù teologale: Signuri: / “Aiuta sti to’ figghi / ca stannu pirdennu l’amuri” (Signore: / “Aiuta questi tuoi figli / che stanno perdendo l’amore”).

La Sicilia, la sua gente – la donna in primis, la sua natura.

La Sicilia, mosaico eclettico di mito e sogno, miserie e meraviglie, fragilità e forza.

La Sicilia, la sua lingua, il suo idioma, la sua parlata.

Tutto questo Giovanna Fileccia ci ha donato!

MARCO SCALABRINO e MARIA PIA VIRGILIO


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